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La legge dell'usuraio PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Francesco CRISEO   
Martedì 24 Gennaio 2012 20:39

LA LEGGE DELL’USURAIO


Se c'è una cosa che non può essere contestata all'usuraio Mario Monti,
è la propensione a lasciarsi condizionare da quello che accade intorno
a lui. Anzi si percepisce nettamente la sensazione che al sapienziale
professore non importi assolutamente nulla di tutto ciò che prescinde
dalla certosina applicazione dei comandamenti impartiti dalla BCE.
Mentre i Forconi paralizzano la Sicilia e la protesta inizia a
dilagare anche fuori dall'isola, mentre i tassisti scendono sul piede
di guerra, i benzinai minacciano una serrata di 10 giorni, gli
autotrasportatori sono in fermento, i commercianti mugugnano, gli
edicolanti si arrabbiano.......
perfino gli avvocati annunciano 2 giorni di sciopero e probabilmente i
farmacisti seguiranno a ruota, lui non si scompone assolutamente e
forte dell'armatura garantitagli dal consenso, non elettorale (che
conta poco) ma della congrega dei burattinai di Bruxelles, vara in
sole 8 ore di Consiglio dei ministri il nuovo pacchetto di
liberalizzazioni.
Un pacchetto che metterà in ginocchio svariate decine di migliaia di
lavoratori, ma garantirà nuove fulgide prospettive di facili profitti,
al largo consumo e a Legacoop in primis, passando attraverso i grandi
gruppi finanziari e le multinazionali.
Monti incarna il perfetto archetipo del dittatore (per conto terzi)
del tempo moderno. Linguaggio da insegnante universitario, grande
aplomb, assoluta impermeabilità nei confronti del paese che deve
demolire, serioso come un becchino e restio a lasciarsi intenerire,
qualunque cosa accada.

Un altro capitolo è stato scritto e verrà presto archiviato, dopo
avere tassato ogni cosa che si muova, eliminato le pensioni e
liberammazzato alla rinfusa è già ora di pensare al lavoro. Ci sono
ancora un mucchio di categorie che vanno ridotte sul lastrico e
Bruxelles detesta perdere tempo in chiacchiere, accada quello accada,
non c'è forcone che tenga. Se qualcuno non gli toglie le pile
continuerà a marciare dritto per la sua strada, come il robottino
della duracell, finchè ci saranno italiani da spremere e qualcosa da
regalare ai grandi potentati, non si fermerà, tic tac, tic tac....

Pietro Francesco CRISEO

 
La vera democrazia PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Francesco CRISEO   
Venerdì 20 Gennaio 2012 21:23

La vera democrazia


Non intendo addentrarmi in premesse ideologiche e filosofiche nelle quali, fin dai tempi dell’antica Grecia, si sono cimentati fior di studiosi, pensatori e filosofi, circa l’essenza, la validità o meno della Democrazia in sè, che nel suo termine edulcorato vorrebbe significare “potere del popolo”, un potere che il popolo dovrebbe esercitare direttamente oppure indirettamente attraverso appositi rappresentanti.
E neppure intendo affrontare il discorso sul come, in una società moderna, potrebbe essere superato il sistema democratico, salvaguardando la libertà e gli interessi dei cittadini e l’integrità dello Stato. In questo senso mi limiterò, più avanti, a ricordare alcune intuizioni e innovazioni relative al periodo della R. S. I. ( Repubblica Sociale Italiana ) 1943 . ’45 .
La mia “provocazione” consiste nel denunciare l’uso arbitrario e ingiustificato di questo termine “democrazia” oramai divenuto un vero è proprio tabù e di cui tutti si riempiono la bocca per sostanziare le loro argomentazioni. Anche nel campo storiografico e della ricerca storica, che sono la sfera dei miei  interessi, ci si imbatte spesso nell’abuso di questo termine, con cui molti storici, “politicamente corretti”, per evidente opportunismo, indugiano a giudicare fatti e situazioni storiche attraverso un metro di giudizio, per così dire democratico, preso a paradigma di un modello di Stato e di società quasi perfetti e ideali.
Tutto questo, a mio avviso, è anche il risultato della Seconda guerra mondiale, dove i vincitori sono riusciti ad imporre, tra le altre cose, il tabù del termine Democrazia.  
Dovunque ci giriamo si sentono persone di ogni rango, cultura e ceto sociale, che se ne escono con frasi del tipo: “se non mi fai parlare, non sei democratico”. Oppure: “io sono democratico”, “Questo non è democratico” e così via.
In ogni argomento e specialmente quelli di carattere storico o politico spesso si trova, come il prezzemolo, questo richiamo alla presenza o la mancanza di un vero atteggiamento democratico. Ben pochi hanno, non tanto il coraggio, quanto l’accortezza e la riflessione di considerare che la Democrazia  non è affatto un sistema politico ideale, nè tanto meno un valore sacro di fronte al quale tutto il resto dovrebbe essere giudicato.
Fatta eccezione degli ambiti filosofici, dove il concetto di democrazia viene pur discusso, per il resto questo termine si usa, si abusa e si impone come un tabù.
In ogni caso , prima che anche di questo termine ne sia vietato il contestarlo, una ipotesi poi non tanto peregrina visto il genere di assurde proibizioni che stanno instaurandosi nei paesi cosiddetti “democratici” dell’occidente, voglio criticare il concetto stesso di democrazia e denunciarne tutta la sua negatività oltre che irrealizzabilità di quanto questo termine vorrebbe farsi portatore. Proprio il sistema democratico, infatti, che teorizza l’uguaglianza degli esseri umani, di fronte ad una impossibilità di fatto di questa uguaglianza, consente a certi poteri forti e speculativi, come nella fattispecie quelli dell’Alta Finanza, di prendere in mano il potere e fare carne di porco di tutto un popolo.
Personalmente non ho alcuna difficoltà nel riconoscere agli altri il diritto, ma ancor più la indispensabilità, di parlare, di esprimere i propri pareri, di dimostrare il contrario, anche a brutto muso se necessario, insomma l’importanza del confronto, e ancor più il valore immenso che in una Nazione i cittadini possano godere di una vera libertà di pensiero e di espressione, ovviamente nei limiti naturali e doverosi in cui questa libertà non leda altrui diritti o altrui libertà o non metta in gioco gli interessi supremi dello Stato, ma proprio per questo, NON sono democratico!
Per prima cosa non lo sono concettualmente perchè, a mio avviso, la democrazia non soddisfa alcun criterio di vera rappresentanza popolare e di corretta conduzione dello Stato, ma oltretutto essa è una mostruosità logica, derivata dal falso mito illuminista dell’uguaglianza, che finisce per configurarsi inevitabilmente come il regno dei furbi usi a sfruttare la gran massa degli ingenui.
Questo sul piano umano e sociale, ma se poi andiamo ad analizzare il campo etico e squisitamente politico e geopolitico dello Stato, dove subentrano anche aspetti di natura, oserei dire “spirituale” e di supremo interesse nazionale, allora la Democrazia è una follia totale. Estremizzando il concetto, sarebbe come se, un esercito, dovendo intraprendere una campagna bellica, ne sottoponesse la decisione e la progettazione al voto dei suoi soldati.
Un atto, per così dire democratico, può al massimo andar bene, e forse neppure tanto, se si dovesse decidere in un condominio dove piazzare una fontana. Ma in una Società e soprattutto in uno Stato, dove ci sono problemi etici, politici, sociali, esistenziali, oltre che tecnici di grande complessità e rilevanza, senza contare gli interessi nazionali in gioco, la democrazia partitica è un assurdo che finisce oltretutto per conferire ad una maggioranza, qualunque essa sia e comunque racimolata, di esercitare una specie di dittatura sulla minoranza.
Sono considerazioni queste che partono dalla constatazione obiettiva che gli uomini non sono tutti uguali.  Non sono uguali come attitudini, carattere, forza di volontà, intelligenza, capacità tecniche, specialistiche e morali, nonché inclinazioni ad essere  facilmente o meno raggirati e ingannati. E queste disuguaglianze, lo studio dell’uomo e della vita ce lo dimostrano, non sono solo un prodotto dell’ambiente e della educazione ricevuta. Sono quindi, al limite, migliorabili, ma non eliminabili in qualche modo, perchè rappresentano il patrimonio, stabilito dalla nascita ovvero l’equazione personale, di ogni essere umano. L’esperienza e l’osservazione della vita ci mostrano indiscutibilmente che in ogni gruppo umano, soprattutto in un popolo, è proprio la “maggioranza” quella che presenta ad un grado minimale le qualità e attitudini umane e intellettive precedentemente accennate e quindi, di conseguenza, la “massa” è anche molto più soggetta ad essere emotivamente influenzata e raggirata.
Per seconda cosa, il sistema democratico, comunque lo si voglia architettare, finisce inevitabilmente per consentire a chi ha più possibilità finanziarie e qualità da imbonitore di ottenere la maggioranza dei consensi. Il confronto sui programmi, l’esposizione e la valutazione da parte degli elettori delle piattaforme elettorali, sono tutte parole vuote, sciocchezze, esche per sprovveduti, tanto è vero che i partiti e i candidati alle elezioni investono somme enormi in party, cene, spettacoli, senza contare l’influenza dei mass media, per cercare il consenso.
E mi fermo qui, ma ci sarebbero anche molte altre valutazioni da fare. Si può comunque ben immaginare, stando così le cose, quale possa essere l’esito di una elezione, dove in ogni caso l’entrata in parlamento di attricette, soggetti di spettacolo o di sport, la cui unica dote è quella di essere  famosi, transessuali, ciccioline e buffoni vari, non è certo un fatto occasionale. Proprio la “grande” Democrazia americana, infine, ci mostra quale genere di soggetti, se non di pagliacci veri e propri, finiscono per essere eletti alla presidenza, da una fetta di popolazione abilmente influenzata, per essere poi inevitabilmente gestiti da lobby e poteri forti. Un meccanismo questo non casuale o  distorto del sistema democratico, ma sua naturale e inevitabile conseguenza.
Quello che invece può esserci di positivo nel sistema democratico, ma se andiamo a ben vedere non è che questo aspetto sia solo appannaggio della democrazia, è il far partecipe ad un processo e fine comune tutto il popolo. Ma proprio la democrazia, invece, non riesce a realizzare questa partecipazione senza  passare sotto la dittatura delle masse, del numero, negazione di ogni intelligenza e vera rappresentatività.
Altrettanto valido è poi l’intento di assicurare a tutti i cittadini la libertà di pensiero e di espressione, ma anche qui non è detto che questa intenzione sia prerogativa dei soli sistemi democratici.
E proprio a questo proposito una importante e valida correzione al sistema democratico, fu quella del Corporativismo che si concretizzò nella camera dei Fasci e delle Corporazioni, dove, almeno teoricamente, si poteva determinare una classe di parlamentari competenti ed espressione di tutte le categorie che compongono l’anima e il tessuto vero e concreto di una Nazione. La socializzazione della RSI inoltre corresse quella distorsione di fatto, che si determinava nel sistema socio-economico corporativo, nel quale teoricamente padronato e lavoratori dovevano essere su un piano di parità, ma sostanzialmente, nella realtà, questo non avveniva. Corporativismo e Socializzazione, inscindibili tra loro, sono i due grandi fatti rivoluzionari dell’epoca moderna, laddove la socializzazione previde anche, per le imprese, oltre alla ripartizione degli utili, un consiglio di gestione in cui accanto alla parte padronale sedessero anche i rappresentanti dei lavoratori in quanto interessati e partecipi al processo produttivo.
La RSI inoltre prese anche in esame lo studio di un metodo elettivo “misto” che correggesse la rigidità delle “nomine dall’alto”, un sistema questo, così rigidamente gerarchico che, come si era constatato nel Ventennio, finiva per sopprimere la validità della critica e mummificava il ricambio negli incarichi. Ma la RSI arrivò anche a studiare come avrebbe potuto attuarsi l’elezione, da parte del popolo, del Presidente, di questa repubblica, introducendo una vera partecipazione popolare, senza scadere nelle aberrazioni della democrazia e nel settarismo ideologico-partitico. La guerra e la subentrante sconfitta, impedirono alla RSI di darsi la sua Costituente, ma quanto si stava per iniziare a fare in proposito, dimostra che anche qui ci si era incamminati verso ardite e risolutive idee rivoluzionarie. Ma questo, come ho accennato all’inizio, è un altro discorso.

Pietro Francesco CRISEO

 
A Mario DRAGHI e p.c. a Mario MONTI PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Francesco CRISEO   
Domenica 08 Gennaio 2012 23:49

Il nuovo presidente della Banca centrale europea dovrebbe

ritirarsi immediatamente da gruppi di pressione finanziaria.


È giusto che i banchieri centrali devono essere membri di gruppi di pressione o gruppi di riflessione dove si incontrano con gli amministratori delegati delle grandi banche private per la produzione di consigli su regolamentazione bancaria per il resto del mondo? E 'un problema se i banchieri camminano avanti e indietro tra gli uffici pubblici e privati?
Queste due domande vale  la pena chiedere, al momento attuale, a Jean-Claude Trichet, presidente della Banca centrale europea che ha consegnato il controllo a Mario Draghi.
Draghi è un ex vice presidente di Goldman Sachs International, ma è anche un membro di una élite comunità bancaria internazionale del club, il Gruppo dei Trenta, come Trichet.
Il Gruppo dei Trenta è un corpo di "rappresentanti di alto grado dei settori pubblico e privato e il mondo accademico", istituito nel 1978 per esplorare "le ripercussioni internazionali delle decisioni prese nei settori pubblico e privato, e di esaminare le scelte disponibili per gli operatori del mercato e politici "[1].
Data la eurocrisis, le operazioni di salvataggio enorme di grandi banche, e il dibattito in corso su come regolamentare le banche alla luce della crisi finanziaria, dovrebbe essere ovvio che sono necessarie misure di salvaguardia per garantire che il presidente della Banca centrale europea rimanesse indipendente. Egli non deve essere confuso in alcun modo in attività di lobby per difendere gli interessi delle banche private. A meno che includono un divieto di appartenenza a un club come il Gruppo dei Trenta?
Un club esclusivo
Trichet e Draghi condividono  il club con i più alti dirigenti delle più grandi banche. Il gruppo è presieduto da Jacob Frenkel di JP Morgan Chase, che agisce spesso come volto pubblico del gruppo. Altri membri includono E. Gerald  Corrigan di Goldman Sachs, Guillermo de la Dehesa Romero del Grupo Santander, David  Walker di Morgan Stanley e un numero considerevole di banchieri centrali di tutto il mondo [2].
Un caro amico di Trichet, Jacques de Larosière, è anche membro. Egli è forse più noto come il banchiere che ha presieduto il gruppo ad alto livello della UE nel 2008-2009 per consigliare sulla risposta alla crisi finanziaria, e che poco dopo ha aderito all’ IIF e aiutato nel suo tentativo di annacquare l'accordo sul nuova regolamentazione bancaria internazionale, Basilea III - in procinto di essere attuate nell'Unione europea [3].
Mentre Trichet è stato felice di condividere i dettagli delle sue medaglie e le onorificenze che ha ricevuto nel corso di una lunga vita sul sito Internet della BCE, la sua appartenenza al Gruppo dei Trenta era stranamente omesso [4].
Un gruppo di pressione?
Secondo studiosi che hanno analizzato il ruolo del Gruppo dei Trenta, il gruppo ha tutte le caratteristiche di un gruppo di pressione. E 'descritto come un "organizzazione del settore privato con una notevole influenza nel risultato di alcuni dei dibattiti regolamentazione degli ultimi due decenni" [5].
"E 'una creatura abbastanza unica in quanto ha nel suo seno gente, sia dal settore pubblico che privato finanziario in qualità di membri, e che è fatto in apertura," Eleni Tsingou Amministratore Delegato della Copenhagen Business School che ha studiato il gruppo per molti anni, ha detto :
"E 'diverso oggi dopo la crisi finanziaria, ma per gran parte della sua vita, il Gruppo dei Trenta ha operato in un ambiente dove nessuno ha visto alcun problema,  in un rapporto stretto tra i regolatori e le comunità finanziarie private quando le nuove regole sono state  esaminate."
Ha sottolineato che il lavoro del gruppo si divide in due parti. "Il gruppo lavora in due modi diversi. C'è il lavoro pubblico con le relazioni, e ci sono le riunioni dei soci, dove possono incontrarsi e discutere in un ambiente confidenziale. Quindi , ha un club come personaggio ". [6].
Contribuito alla regolamentazione bancaria inefficace
Il gruppo stesso dice che "l'impatto della struttura attuale e futura, del sistema finanziario globale, fornendo raccomandazioni fruibili direttamente alle definizioni delle  politiche pubbliche e private". Questa notevole influenza sembra sia stata esercitata nella regolamentazione bancaria di Basilea II, così miseramente fallita nel 2008. Nel negoziare Basilea II, il Gruppo dei Trenta sostenuto dal gruppo più grande hall in campo, l'IIF, a promuovere un sistema di gestione dei rischi chiamato valore a rischio (VaR) [7]. Un sistema in seguito accusato di molte delle calamità della crisi finanziaria nel 2008.
"Della circostanza calamitosa del 2008 c'è stato un gran parlare, anche in ambienti  di settore affermando che questa fiducia  istituzionale e diffusa  sul VaR è stato un terribile errore. Fra  i rischi che VaR misura non tiene conto del rischio più grande di tutti: la possibilità di un tracollo finanziario ", il New York Times ha scritto nei primi mesi del 2009 [8].
indipendenza Cherished
La composizione del gruppo non è cambiata molto, nel corso degli anni e ci sono poche ragioni per credere che il ruolo del gruppo sia diverso. Così, quando Draghi prende il suo posto sulla sedia del presidente della Banca centrale europea, la sua indipendenza deve essere messa in discussione.
L'indipendenza della Banca centrale europea è stata una caratteristica particolare dell'istituzione fin dall'inizio. Come indicato nell'articolo 130 del trattato:
"Né la BCE, né le banche centrali nazionali (BCN), né un membro dei rispettivi organi decisionali, possono sollecitare o accettare istruzioni dalle istituzioni o organi comunitari, dai governi di uno Stato membro dell'UE o da qualsiasi altro organismo. "
Questo è preso molto sul serio quando gli stati membri cercano di influenzare le decisioni della Banca. Ma perché nessuno sembra essersi chiesto se i gruppi di pressione privati potrebbero avere un'influenza indebita sullo strato superiore della Banca, è sconcertante.
Draghi dovrebbe lasciare
Durante il dibattito sulla scelta del nuovo presidente, l'occupazione dell'ex Draghi con Goldman Sachs è stata sollevata con molte domande, tra le quali è stato chiesto se  potrebbe rappresentare un problema. Con un certo stupore, se non per divertimento, gli amici di Draghi hanno affermato che il suo ruolo di vice presidente di Goldman Sachs International è stato solo  di un consigliere . Draghi lasciò il suo incarico alla Goldman Sachs sei anni fa. Ora che è diventato presidente della BCE, il Gruppo dei Trenta può ancora contare su Draghi e il suo nome quando lavorano per influenzare regolamentazioni finanziarie. Se o quando il Gruppo Trenta  viene utilizzato per rafforzare la mano della lobby finanziaria, il nome di Draghi sarebbe implicitamente collegato tali manovre.
Draghi dovrebbe fare un passo indietro dal Gruppo dei Trenta, come una dimostrazione di volontà di aprire un nuovo capitolo nella storia della BCE. Quel passo che servirebbe a dimostrare che la porta girevole tra i banchieri centrali e privati non gira così facilmente come oggi. E 'inaccettabile per il presidente di un istituto pubblico, presumibilmente indipendente, essere membro di un gruppo che ha promosso gli interessi privati del settore finanziario.


[1] http://www.group30.org/about.shtml
[2] http://www.group30.org/members.shtml
[3] Ranjit Lall, "La riforma Regole Global Banking: Ritorno al futuro?", Danish Institute for International Studies, DIIS lavoro 2010:16 carta, pagina 28. http://www.diis.dk/graphics/Publications/WP2010/WP2010-16-Lall-Reforming-global-banking-rules.pdf
[4] http://www.ecb.int/ecb/orga/decisions/html/cvtrichet.en.html
[5] Eleni Tsingou; "comunità politica transnazionale e di governance finanziaria: il ruolo degli attori privati in derivati regolamentazione", Centro per lo studio della globalizzazione e regionalizzazione, Università di Warwick, CSGR Working Paper n. 111/03, gennaio 2003
[6] Tutte le citazioni da un'intervista con Eleni Tsingou, 27. Ottobre 2011.
[7] Ranjit Lall, "La riforma Regole Global Banking: Ritorno al futuro?", Pagina 23.
[8] Il New YorkTimes, "cattiva gestione del rischio", 2.January 2009.

Pietro Francesco CRISEO

Ultimo aggiornamento Lunedì 09 Gennaio 2012 00:05
 
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