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Europa schiava del capitalismo selvaggio PDF Stampa E-mail
Scritto da Administrator   
Venerdì 03 Febbraio 2012 15:39

QUESTA E' LA VERITA'

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Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Febbraio 2012 15:50
 
Così è se vi pare ! ! PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Francesco CRISEO   
Giovedì 02 Febbraio 2012 23:01

Così è se vi pare ! !


Mentre i parlamentari difendono con le unghie e coi denti i loro emolumenti dando di sè uno spettacolo ulteriormente ripugnante, il dibattito pubblico su questo argomento condotto sui giornali, talk-show e radio-show rivela un bassissimo livello di cultura giuridica e politica, oltrechè di pura e semplice cultura generale e rispetto per la logica. In tutti: parlamentari e no, giornalisti, gente «contro» i super-emolumenti e gente «a favore».
La più comica delle affermazioni che ho ascoltato (spesso ripetuta anche dai giornalisti di Radio 24, la radio di Confindustria) suona pressappoco così: «I compensi alti sono la condizione per avere dei rappresentanti del popolo di alto livello».
Ora, la realtà che abbiamo sotto gli occhi è la smentita vivente e stridente a questa affermazione. Abbiamo sotto gli occhi due camere che l’altissimo emolumento ha affollato di individui di bassissimo livello: morale e civile, intellettuale e culturale. Una classe politica formata nei casi migliori da nullità e yes-men, ma in cui sono in maggioranza puttane (scelte dal Cavaliere) soubrettes, neo-neanderthaliani, falliti nella professione, viziosi, contigui alla criminalità mafiosa, insomma gente sospetta di ogni tipo. È questa la «miglior classe politica che il denaro può comprare»?

Basta sentire per due minuti Scilipoti. O il pesante dialetto di La Russa, che dopo 60 anni di vita a Milano ancora non ha perso l’accento di Paternò ma ha perso il ricordo dei calci ricevuti dal sottoscritto quando ( 1970 ) disfaceva, su via Mancini a Milano, i volantini dei “ Boia chi molla “ che il sottoscritto teneva conservati. Basta indovinare per quali alte qualità sono state scelte dal Cavaliere la Carfagna e la Brambilla.

Basta guardare il faccione eternamente paonazzo e col ghigno stampato di un Calderoli; sentirlo profferire la sua quotidiana cretinaggine che lui crede provocatoria: l’ultima, ha accusato Monti di aver tenuto una cena di Capodanno a Palazzo Chigi, insinuando: “ A spese del contribuente “ dopo aver fatto parte del precedente governo, che della presidenza del Consiglio ha raddoppiato le spese, facendone un superministero che costa, tenetevi forte, 477 milioni di euro annui. Ovvio che in queste mega-spese sono compresi il (legittimo) appartamento residenziale per il capo del governo del momento, a palazzo Chigi, con mobili di grande pregio, una mezza dozzina di persone di servizio, e la possibilità di invitare a cene. Calderoli non lo sa?
L’altra battuta che rivaleggia per comicità l’ho sentita ripetere da Casini, ma anche da altri parlamentari: «Se si abbassa l’emolumento, allora soltanto i ricchi potranno dedicarsi alla politica, farsi eleggere come deputati e senatori».
Perchè naturalmente oggi – come ognuno può vedere – le Camere sono piene di metalmeccanici, coldiretti e mezzadri, pensionati minimi, braccianti e muratori che portano al dibattito civile il contributo della loro dura esperienza di vita, grazie alla dignitosa paga che ricevono come parlamentari, sapendo che finito il mandato torneranno alla vanga, all’altoforno e al cantiere. È solo per una strana, inspiegabile illusione ottica che il Parlamento ci sembra strapieno di avvocati, magistrati, mignotte di lusso, commercialisti, funzionari di partito dalla nascita, baroni universitari, dirigenti sindacali, dirigenti pubblici (con pensione stratosferica cumulabile) giornalisti, oltrechè gente che non ha mai fatto altro che «politica» e non sa fare altro – a cominciare dal quel presidente della Camera, subacqueo appassionato (è alle Maldive mentre scrivo) che ha rubato una casa a Montecarlo legata al suo partito e ci ha messo il cognato. O come il Casini stesso, miliardario per matrimonio con figlia di palazzinaro-banchiere. Alle Maldive anche lui. Al riparo dalle ispezioni Equitalia.
No, no, guardate meglio. È un parlamento proletario quello che noi contribuenti rendiamo possibile con gli altissimi emolumenti che paghiamo; se li abbassassimo, avremmo delle Camere riempite di signorini dalle mani vellutate, latifondisti, elegantoni, duchi e marchesi.
Dai giornalisti nemici degli emolumenti, tipo Stella e Rizzo, ho sentito fare anche questa proposta: collegare gli emolumenti alla «produttività» dei parlamentari. In altre parole, punire quelli che si assentano per troppe giornate dai lavori parlamentari, detraendo qualcosa dall’emolumento per ogni giorno di assenza. Dio ci scampi: come si fa a non capire che più sono presenti, più lavorano, e più i parlamentari fanno danno? Specie nei continui lavori delle Commissioni dove – sottratti allo sguardo dell’opinione pubblica – sfornano infaticabilmente migliaia di leggi e leggine ogni anno, per lo più destinate a favorire qualche lobby anche minima, parassita o cosca locale, fomite e fonte degli aumenti più incontrollati di spesa pubblica.
Le Camere in seduta permanente si giustificano solo se si tratta di sventare un colpo di Stato. Come mi è capitato di ricordare altre volte, il parlamento federale svizzero si riunisce solo due mesi l’anno, uno in primavera e uno in autunno – tanto basta per controllare e discutere le decisioni del governo. Pare che la cosa non funzioni male, nella Elvetica Confederatio.
Non inferiore per vis comica è l’argomento che usano in massa i parlamentari – capeggiati da Gianfranco Fini da Montecarlo-Maldive per opporsi al taglio delle loro super-rendite: l’argomento della «sovranità». Dicono: il governo non può tagliarci gli emolumenti, perchè noi non siamo dipendenti pubblici. Siamo «Sovrani». Se c’è da tagliare, lo facciamo noi, perchè solo noi lo possiamo fare.
È un parlamento che ha gettato nel cesso la sovranità popolare – che esercita per delega – moltissime volte: dalle cessioni di sovranità all’Unione Europea e per la precisione alla Commissione non-eletta fino all’ultima, la «fiducia» che hanno votato in gran bi-partisanship al governo Monti, che è il governo del presidente Napolitano (l’altro proletario in politica). Ma evidentemente, a costoro è rimasta tanta sovranità quanto basta per una sola cosa: difendere con le unghie e coi denti le loro rendite, con annessi e connessi. Il fatto che abbiano persino parlato di «diritti acquisiti» a proposito dei 16 mila mensili che prendono, suggerisce che – quando fa loro comodo – si considerano dipendenti statali.
Ed è questo il punto. Nelle interviste e nei talk show a cui partecipano con smodata voluttà, appare chiaro che i parlamentari si considerano dei professionisti, interpretano la loro carica come un mestiere qualificato; si vede che si ritengono degli «esperti» di qualche tipo, che svolgono un «lavoro» meritorio e – persino, dicono – sgobbano duro. Il mestiere che s’immaginano di svolgere dev’essere di tipo dirigenziale, perchè ho sentito Alessandra Mussolini dire, a difesa dei grassi emolumenti: «Il parlamentare ha diritto a un certo status...».
È singolare che mai nessuno, nemmeno i giornalisti che documentano i costi e la corruzione delle caste, ribattano e smentiscano i parlamentari su questo punto. Una stranezza, che rivela quanto sia bassa la cultura politica (e la cultura tout court) degli uni e degli altri; fino a che punto si siano perse le nozioni fondamentali sulla funzione del Parlamento e dei parlamentari.
Ci si è completamente dimenticati che la funzione del deputato non è un mestiere. Lo ripeto qui in neretto: fare il parlamentare non è una professione è  un compito civico e civile temporaneo, che ogni cittadino – il che vuol dire: un cittadino qualunque – può essere chiamato ad assumersi dagli altri cittadini-elettori. Il deputato o senatore è un delegato dai cittadini a rappresentarli come esponente della cittadinanza. E deve viversi appunto come un delegato dei cittadini, per conto dei quali esercita un controllo sul potere, i suoi tecnici o ministri.
Se quello di parlamentare fosse un mestiere, sarebbero assunti per concorso pubblico, e dovrebbero superare degli esami (con effetti devastanti sull’attuale compagine parlamentare, composta per lo più da ignoranti come capre: vorrei vedere la Mussolini costretta a dimostrare la sua competenza in qualcosa. O Bossi).
Invece, guarda caso, i parlamentari non sono assunti. Sono votati dai cittadini a suffragio universale (sappiamo che ora non è così, che i parlamentari che abbiamo sulle palle sono nominati dai capi-partito; ma io sto ricordando la normalità, non la patologia della democrazia). I titoli di studio, le competenze reali, possono entrare nel conto quando i cittadini li scelgono, ma possono anche non entrarci. Anni fa, ricordo, in Svizzera (scusate, parlo ancora della Svizzera) gli abitanti di non so quale cantone rurale votarono e mandarono in parlamento un allevatore. Analfabeta. Ma lo avevano giudicato un uomo pratico, con la testa sul collo, capace di promuovere i loro interessi come cittadini.
L’analfabetismo, ovviamente, non squalifica il prescelto dalla carica di parlamentare. Per legge, qualunque cittadino ha diritto ad essere votato, e la scelta dei cittadini è insindacabile e incondizionata, altrimenti la democrazia sarebbe violata. Questo è il criterio ed il livello politico in Svizzera.

Da noi, ci dobbiamo contentare dei nostri dibattiti televisivi. Dove la Mussolini e altri suoi pari si atteggiano a professionisti, a competenti; e che difendono i loro emolumenti esattamente come i notai difendono i loro monopoli, i farmacisti i loro, i tassisti i loro. Con la differenza che tassisti e farmacisti non hanno la possibilità di disporre e decidere arbitrariamente l’entità delle loro prebende. I parlamentari sono gli unici «professionisti» che si possono aumentare lo stipendio e gli altri ammenicoli. Attraverso una legge, come sovrani. Senza che nessuno gli chieda: professionisti di che cosa? Esperti di che? Apparentemente, solo alcuni di loro sono esperti in talk show: i più non sono capaci nemmeno di partecipare a un dibattito pubblico, vedi Bossi, Calderoli, Berlusconi, e se ne astengono per non mostrare la loro nullità – o la caratteristica che solo nel parlamento italiano emerge come un dato antropologico premiato: il furbo-cretino.
Cos’altro? In genere, sono esperti in «lavori parlamentari», ossia nelle attività inutili e dannose che giustificano il loro proprio potere, e ostacolano la società a forza di lungaggini e procrastinazioni, doppie votazioni in Camera e Senato, «ritorni in Commissione» , mancanze «del numero legale» ed altri inghippi, per cui occorre veramente una certa «professionalità». Di cui tutta la cittadinanza farebbe a meno.
Oggi che questi «professionisti della politica» si sono autosospesi consegnando la sovranità che avevano per delega a un governo golpista, ma giustificato dall’emergenza (come tutti i golpe) e dall’insipienza inconcludente del parlamento e dei partiti (idem), potrebbero occupare il tempo che gli paghiamo così profumatamente in lavori parlamentari che restano loro da fare: prima fra tutte la riforma elettorale. Non lo stanno facendo. I capi bastone non riescono a mettersi d’accordo sul sistema elettorale da adottare, per garantirsi l’eternità del loro potere, emolumento e ammenicoli intoccabili naturalmente inclusi. Come sempre, hanno preso la decisione di non fare nulla. Pende, è vero, un referendum d’iniziativa popolare che può obbligarli a fare la riforma; ma sono tranquilli, la Corte Costituzionale – riempita da pseudo-magistrati di nomina partitica, compari loro – ha già fatto capire che boccerà il referendum. Qui da noi, i giudici sono superiori alla cittadinanza elettrice. Mica siamo in Svizzera.
Pietro Francesco CRISEO

Ultimo aggiornamento Venerdì 03 Febbraio 2012 14:36
 
Criminali o mascalzoni ? PDF Stampa E-mail
Scritto da Pietro Francesco CRISEO   
Sabato 28 Gennaio 2012 23:02

CRIMINALI  O  MASCALZONI  ?


Domanda: ma l’euro di chi è? Nessuna norma del Trattato di Maastricht  dice di chi dev’essere la proprietà dell’euro. E siccome dal silenzio  su questo argomento fondamentale nasce l’incertezza di tutti i  rapporti di debito e credito nella fase della circolazione monetaria,  è chiaro che l’euro allo stato attuale non è affidabile. E’ vero che  le banche centrali europee hanno emesso la moneta, prestandola. Però  questa regola, che è una prassi bancaria – che noi abbiamo dimostrato  illegittima, perché il titolare della moneta non può essere la banca  ma la collettività nazionale – se è stata tollerata, per prassi, dalle  banche centrali nazionali, non può essere tollerata,per prassi, nei  confronti della Banca Centrale Europea.
La gente deve cominciare a capire che, con l’avvento dell’euro, noi ci  andiamo a indebitare con la Bce, senza contropartita, per tutto l’euro  che sarà messo in circolazione dalla Banca Centrale Europea. Se compro  un’automobile, mi indebito e mi impegno a pagare a rate: ma almeno  l’azienda mi dà come corrispettivo l’automobile. La Bce ci viene a  indebitare per un valore pari a tutto l’euro messo in circolazione, ma  senza contropartita. Sicché, l’Europa rischia di precipitare nella  dimensione dei popoli del Terzo Mondo: che sono tali perché gravati da  un debito non dovuto, che è pari a tutto il denaro in circolazione, e  che quindi realizza una subordinazione di schiavitù nei confronti  della “usurocrazia” che domina il sistema monetario e politico  mondiale. Di fronte a questo rischio, cosa possiamo fare? Proponiamo a chiunque  – privati cittadini, aziende, enti pubblici – di affiggere ovunque un  cartello con scritto: “L’euro di chi è?”. Maastricht non lo dice. Perché si tace? Di norma, quando ruba, il ladro lo fa di nascosto. E  qual è il programma della Bce? Siccome tutte le banche centrali del  mondo, dalla Banca d’Inghilterra in poi, hanno emesso la moneta  “prestandola” – cioè arrogandosi non solo il diritto di stamparla, ma  anche la proprietà della moneta, come proprio monopolio bancario – la  stessa cosa fa la Banca Centrale Europea. La Bce non potrebbe mai dire  che  l’euro è suo, dovrebbe dire che è dei popoli: ecco perché la Bce  non può dire di chi è la proprietà della moneta. Perché chi dà valore  alla moneta non è chi la stampa, ma chi l’accetta. Se mettiamo il  governatore di una banca centrale a stampare moneta su un’isola  deserta, non nasce il valore: perché manca la collettività.
Solo la gente, accettandola, crea convenzionalmente il valore della  moneta. Questo significa che anche l’euro, all’atto dell’emissione, va  dichiarato di proprietà dei popoli europei, e non della banca  centrale. Il rischio è grosso, perché non ci sono vie di mezzo: se il  Trattato di Maastricht non dice niente sulla proprietà dell’euro, noi  non possiamo autorizzare il ladro a decidere chi dev’essere il  proprietario. E’ come per i popoli del Terzo Mondo: prima che dalla  fame, sono strozzati dal debito. La stessa cosa avverrà coi popoli europei: che si indebiteranno senza contropartita con la Bce per ogni  euro messo in circolazione, così come i popoli del Terzo Mondo si sono  indebitati con la Federal Reserve americana per i dollari messi in  circolazione. Abolita la contropartita della riserva aurea nel 1971,  la Fed cosa ha fatto? Carta e inchiostro, in cambio di denaro vero dal  Terzo Mondo. Esattamente così, solo su carta e inchiostro, la Bce baserà l’emissione di euro nei confronti dei popoli europei. Ecco perché, in qualità di cittadini europei, noi pretendiamo di  sapere di chi è la proprietà dell’euro all’atto dell’emissione: perché  se manca questo accertamento, la risposta fa crollare questo sistema  programmato dai grandi usurai che dominano il regime monetario. I quali, con l’euro, hanno realizzato una truffa clamorosa nei confronti di tutti i popoli europei. Sono obbligati a dare una risposta: ci  dicano di chi è l’euro. Se è della Bce, che lo stampa e lo presta,  allora ci truffa: perché toglie ai popoli il valore monetario creato  dalla collettività. Se non diciamo chi è il proprietario, non possiamo  dire neppure chi è il debitore e chi il creditore. Non si può dire di  chi è l’euro? Allora quella diventa una moneta che non può essere  accettata.

Io, cittadino, ho il diritto di contestare e dire: io l’euro non lo  accetto. Questo fa saltare per aria tutte le trame dei grandi usurai  che ci hanno manipolato, per imporre all’Europa un debito non dovuto. Il loro piano? Fare dell’Europa un’organizzazione di popoli del Terzo  Mondo. Il valore indotto della moneta, che si ha quando la si fa  circolare, è il potere d’acquisto. Inizialmente, c’era la riserva aurea: la moneta è stata costituita come titolo rappresentativo di  quella riserva. Sennonché, con gli accordi di Bretton Woods che nel ‘71 hanno abolito l’oro come riserva, dobbiamo cominciare a chiarire  che, all’atto dell’emissione, la moneta va dichiarata di proprietà dei  popoli e non delle banche centrali. Tanto più lo dobbiamo dire oggi,  per colmare una lacuna normativa del Trattato di Maastricht, che parla  di tutto tranne che di questo punto centrale: di chi è la proprietà  dell’euro.Perché tanto silenzio? Perché le banche centrali vogliono appropriarsi  in modo parassitario dei valori creati dalle comunità. Prestano denaro  non loro: e noi abbiamo scoperto la tecnica con cui questi truffatori  barano al gioco della Storia. Allora pretendiamo che l’euro venga  dichiarato di proprietà dei popoli europei. E, contestualmente,  chiediamo che ad ogni popolo vengano accreditati – e non addebitati –  gli euro emessi. Proprietari e non proprietari? Non è una differenza  di poco conto: è la stessa differenza che c’è tra creditori e  debitori. Cosa preferiamo essere, proprietari dei nostri soldi o  debitori? Questa è la domanda alla quale Maastricht non risponde,  perché è stato programmato dai grandi vertici delle banche centrali,  che hanno organizzato la Bce sul modello della Banca d’Inghilterra che  dal 1600 emette “prestando”, inaugurando cioè il grande parassitismo  ai danni delle economie nazionali. Ogni anno muoiono di fame 50 milioni di esseri umani: non per mancanza  di alimenti, la cui eccedenza distruggiamo, ma per mancanza di denaro  per comprare gli alimenti. Non solo la moneta dev’essere di proprietà  dei popoli, ma ogni cittadino dovrebbe avere il suo reddito di  cittadinanza, per razionalizzare il diritto sociale. Cos’è la moneta?
Una convenzione: accetto moneta contro merce, perché prevedo di poter  ottenere altra merce contro moneta. Valore indotto: lo stesso che si  ottiene facendo circolare monete alternative. E’ il caso del Simec,  circolato in Abruzzo come esperimento, per poi eventualmente diventare  una valuta mondiale in sostituzione del dollaro, emanato dal “grande  usuraio” che è il governatore della Federal Reserve. La Fed usa lo  stesso sistema della Banca d’Inghilterra: stampa e presta. Con una  moneta come il Simec, io stampo e dò. Sta a noi decidere: solo noi  possiamo scegliere di dare valore a un pezzo di carta.
La grande usura si è consolidata negli ultimi tre secoli, nella storia  della moneta. Abbiamo bisogno di cambiare le regole del gioco. La  riserva? E stata sempre una favola. E ha spinto le monarchie a  indebitarsi coi banchieri, per denaro che i banchieri stampavano a  costo tipografico. Il valore del denaro non è un vero valore  creditizio basato sulla riserva, ma solo un valore indotto e basato  sulla semplice convenzione. Il principio della proprietà popolare  della moneta: è l’apertura della terza via. Se l’euro è dei cittadini,  ad ogni cittadino spetta una parte dei soldi stampati dalla Banca  Centrale Europea: la Bce dovrebbe funzionare solo come tipografia,  operando gli adempimenti necessari a mettere a disposizione dei  cittadini la loro moneta. Chi dà valore alla moneta siamo noi: e  quindi abbiamo diritto di pretendere dalla Bce che l’euro sia  dichiarato di proprietà dei popoli, altrimenti abbiamo il diritto di  rifiutare l’euro all’atto dell’emissione perché, mancando la certezza  del diritto, manca la validità della moneta.
Qui si tratta di trasformare i popoli: da debitori in proprietari.
Oggi tutta l’umanità è angosciata dall’insolvenza: recenti statistiche  rivelano un quantitativo impressionante di persone che si suicidano  per i debiti, e questo fenomeno non ha precedenti nella Storia, perché  nasce dall’avvento della “usurocrazia” che si è presentata sotto una  parvenza di democrazia. A noi la democrazia sta bene: vuol dire  sovranità popolare. Ma il popolo deve avere anche la sovranità  monetaria, oltre a quella politica, cioè la proprietà popolare della  moneta in un sistema di democrazia integrale. Tante sono le idee e  tanti i partiti, ma quello che conta è l’onestà degli scopi: liberare
l’umanità dall’angoscia dell’insolvenza. Oggi l’arrivo del postino è  motivo di allarme, temiamo pagamenti: è la prova del fatto che viviamo  in regime di “usurocrazia”, non di democrazia. Si impongono scelte strategiche, cioè semplici: meglio avere in tasca  il doppio o la metà? Oggi la banca centrale ci presta denaro,  caricandone il costo del 200%. Denaro che in realtà è nostro, e ci  viene espropriato: la banca centrale non dovrebbe prestarcelo, ce lo  dovrebbe accreditare. E quando il costo del denaro prestato è del  200%, la puntualità nei pagamenti è impossibile. Ecco perché la  maggior parte dei suicidi da usura non avviene per la piccola usura di  bottega, ma per il fisco: la gente è costretta a vendere i propri beni  per pagare le tasse. Tasse che, prima di tutto, ripagano gli azionisti  della banca centrale. Dal 1910, con la fondazione della Banca  d’Italia, abbiamo sopportato la prassi di una banca che emette  prestando. Con la Bce bisogna cambiare le regole del gioco: nelle  nostre case deve tornare la serenità. Altrimenti, rischiamo di portare  le nuove generazioni di fronte alla scelta tra il suicidio e la  disperazione.
Pietro Francesco CRISEO

 
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